I gitani o zingari come forse già lo sapete, sono una popolazione giunta già da molto tempo addietro in Europa dalla lontana India, attraverso le montagne del Caucaso sulla nota strada della emigrazione dei popoli. Dalla loro origine, essi non hanno solo il colorito scuro, come tutte le numerose popolazioni dell’India, ma anche le usanze e le loro forme di vita, che in particolare modo sono quelle della vita nomade, la quale l’hanno sviluppata durante le numerose e lunghissime emigrazioni, e che in seguito l’hanno fatta loro indole e la conservano sino ai nostri giorni. Oltre tutto loro conservano anche la loro lingua oltre millenaria. Alla sua base, detta lingua coincide con tutte la altre lingue dell’India. E’ comprensibile dunque l’interesse che i gitani suscitano nei studiosi per le loro caratteristiche tanto antiche.
I gitani si spostano da un luogo all’altro, anche qua in Albania. Loro esercitavano il commercio dei cavalli, acchiappano orsi e li ammaestrano a danzare, oppure a massaggiare la gente che soffre di crampi e dolori alle ossa ecc., e da questo qua da noi hanno preso il nome di “Orsaiuoli”, mentre l’Europa li definisce in generale come “Zingari” o “Gitani”. In certi paesi loro sono musicisti, orchestranti, e la musica zigana d’Ungheria, ad esempio, é molto apprezzata. Da noi, loro non hanno avuto questa destrezza. Loro si sono occupati in particolare dell’intreccio dei vimini per preparare ceste e canestri.
I zingari sono nomadi, ma io nella mia giovinezza ho conosciuto un zingaro che non era tale. Si faceva chiamare Rama, Rama lo Zingaro, come tutti lo chiamavano. Si era stabilito a Pogradec, in un casolare alla periferia della città. Mio padre l’aveva conosciuto al mercato dove commerciava i suoi prodotti di vimini, al quale aveva commissionato una grande cesta, rotonda con coperchio, che lui non tardo a portarcela a casa. La cesta era stata confezionata con molta cura, con ramoscelli bianchi di vimini ed in seguito colorati con i sette colori dell’arcobaleno. Era come un intero arcobaleno che circondava la cesta dall’alto verso il basso. Il suo coperchio era come se fosse un ventaglio, con al di sopra, nel centro, una grossa stella gialla a sei punte. Sul fondo aveva al centro un sole rosso in mezzo ad un cielo azzurro. Cesta strana, mai vista prima.
Lo zingaro per quel lavoro che aveva fatto chiese una somma molto alta e quando mio padre cominciò a mercanteggiare, lui comincio veramente ad irritarsi e quasi voleva alzarsi dichiarando, quasi con ira:
– Se e cosi signore, non pagare nulla, te la regalo.
Allora mio padre pago quello che le veniva chiesto e li piacque molto il carattere dello zingaro.
Allora a Rama le servirono del grappa, le portarono dell’antipasto; con lui si sedette anche mio padre ad alzare con lui qualche bicchierino , molto curioso di fare amicizia con uno zingaro. Come mi ha riferito in seguito, a lui non le era mai capitato di conoscere in qualche modo o da vicino una persona di quella popolazione, che suscita interesse in molti sensi. Per esempio i zingari nomadi, muoiono come tutti gli altri, ma avete mai sentito menzionare qualche volta per una tomba di zingaro? Potete aver sentito per la tomba “di un turco”, “di un cristiano”, “di uno slavo”, “di un greco”, per la “tomba di una giovine”, “di una vecchia”, pero mai per una “tomba di zingaro”. Cosi diceva spesso un amico di mio padre. Io, che in quel periodo era ai primi anni del liceo, mi ricordai in questa occasione della frase di un poeta francese. Era il verso di una poesia, che la si può leggere in tutte le antologie scolastiche:
“Ma dove vanno gli uccelli a nascondersi per morire?”
Quello che mi stupì ancora di più nella vita di Rama lo Zingaro, era che lui aveva abbandonato la vita nomade. Questo poi era veramente una cosa imprevedibile, incomprensibile in quel periodo. Un forte motivo doveva averlo spinto Rama ad abbandonare quella vita nomade dei suoi anziani bisnonni della sua tribù. Pensai che forse Rama poteva essere uno di quei bambini di gente bianca, dei quali si diceva che i zingari li rapiscono, quando non avevano potuto avere figli propri, e forse qualcuno di loro come Rama, diventato cosciente, scoperta la verità che lui non era di quella stessa stirpe , era ritornato alla vita dei suoi genitori perduti? Ma Rama era bruno. La nostra immaginazione poteva vagare a modo suo ma non riusciva mai a farci scoprire il mistero che lui stesso, Rama lo Zingaro, ce lo svelò.
Dunque Rama prese a raccontare che lui era di origine dalla zona di Kosturi, in Grecia. Anche se i suoi genitori erano stati nomadi, il loro centro di emigrazione l’avevano avuto sempre tutt’intorno a Kosturi ed é perciò che Rama il suo vero cognome l’aveva Kosturlì, Rama Kosturlì (Rama da Kosturi).
– Lago là, lago qua – le disse mio padre – Nostalgia dell’acqua ti ha fatto stabilire in questo luogo.
– Lo hai indovinato signore – affermo Rama. Dunque, per proseguire il discorso, deve sapere vostra signoria che mio padre, dopo aver procreato sette figli, era ancora un uomo molto giovane di nemmeno quarant’anni. Fu allora che venne colpito da una malattia che lo lascio paralizzato, senza poter muovere le gambe. Nemmeno sul dorso del cavallo poteva restare. Ma anche mia madre, che faceva fatica ad allevarci, non era in condizioni da comprarli un cavallo, e nemmeno un asino, scusi la parola offensiva. Lo vedi come venne colpito dal destino mio padre lo zingaro, obbligando il povero Dylber a non poter muoversi da Kosturi. Ma alla nostra madre, ed a tutti suoi figli la vita divenne un inferno. Anche se ci toccava qualche volta di vagabondare non potevano allontanarci troppo da casa. Le ceste ed i canestri che li preparava mio padre a Kosturi, non le potevamo vendere nemmeno a Folorina ed a Koniza.
Mia madre Sultana, era stata una buona madre ed io non ho il coraggio di dire parole sgarbate di lei. Pero devo ammettere che essa usci fuori di seno e deve credermi che sto dicendo la verità. Un bel giorno, essa ci mise in fila tutti quanti, noi i suoi figli, tutti e sette, quanti ne eravamo, cinque ragazze e due ragazzi – io a quel tempo avevo solo undici anni, ed ero fra i più grandi – ci porto non solo lontani un giorno, ma a due, a tre giorni da Kosturi, nelle profondità della Thesalia. Noi piangevamo per il nostro padre, anche se il vagabondaggio c’è l’avevamo nel sangue e nelle ossa, ci piacevano tanto i nuovi luoghi dove passava mia madre e dove non eravamo mai stati prima. Lo può credere signore? Volevamo tutti rientrare. Ci veniva da piangere per il babbo, che sapevamo in che condizioni l’avevamo lasciato, ma la madre ci spingeva sempre più in profondità della Thesalia. Giù e più giù ci porto fino in Tracia. Il babbo oramai é morto ci diceva la mamma, piangendo con lacrime amare pensando al suo Dylber, ma io non ci credevo. Papà non poteva essere morto, noi lo abbiamo lasciato bene e poi come poteva averlo saputo la mamma che lo stava pingendo da vivo? Mi arrabbiavo anche con le mie sorelle più grandi, poiché loro le credettero, mentre alle più piccole ad al mio fratello che non aveva più di due anni e lo portavamo in braccio a turni, a loro glie lo perdonavo. Bisticciavo con mia madre, ma mia madre era tanto ostinata e rigorosa che non la faceva lunga, ci spingeva in avanti a forza di bastonate.
A quanto pare la mamma era stata presa dalla nostalgia degli zingari, quella di non rimanere mai allo steso luogo. Essa di sicuro aveva perso il seno per abbandonare il suo caro Dylber, e poter girare il mondo. Piangevo per mio padre giorno e notte. Maledicevo mia madre che ci aveva separato da lui, maledicevo me stesso di essere suo figlio, anche se amavo la nostra Sultana con tutta l’anima del corpo. Essa era una donna tanto bella e tanto brava nell’allevare i suoi sette figli, ci amava tutti quanti con tutta l’anima e si faceva e pezzi per noi, malgrado che si mostrasse tanto rigorosa. Pensandoci adesso, sarebbe stato molto meglio che avessi chiusa la bocca per aver qualche volta potuto maledire mia madre.
Con tale profondo rancore nell’anima e nel cuore, inferno di qua ed inferno di là, un giorno dopo aver incontrato per strada alcuni zingari di nostra conoscenza per essere anche loro dalle nostre parti di Kosturi, decisi di rientrare dalla Turchia dove eravamo capitati. Allora presi la decisione di unirmi a loro. Abbandonai mia madre, mio fratellino e tutte le sorelle, e presi la via del ritorno verso mio padre. Piango adesso e soffro per il mio avverso destino che mi ha lasciato solo senza madre e senza gli altri, ma orami mi ero deciso e rivedere mio padre.
Papà lo trovai in condizioni veramente miserevoli. Mani pietose si erano prese cura di lui, ma quel minimo necessario a tenerlo in vita, poiché già a causa della sua immobilità i vermi avevano iniziato ad occuparsi di lui. Quando mi vide, pensai che le sarebbe rimasto senza respiro. Cosa le posso dire, lo riportai in vita. Ecco, occupandomi di mio padre misi radici a Kosturi e non mi allontanai più di una giornata dalle acque del suo lago. Intanto di mia madre e degli altri, apprendemmo che avevano oltrepassato il mare nelle regioni della Anadolia in Turchia, dove si persero di vista e nessuno mai fece più ritorno.
Fino a quando mio padre rimase in vita, non perse mai la speranza che un giorno loro si sarebbero fatti vivi, visse con l’idea fissa rivolta a loro, mai li maledì, mai li rimprovero, ma bisogna anche dire che molto di rado li menzionava. Soffriva molto dentro la propria anima, ma pazientava. Solo una o due volte mi ricordo di avermi detto:
– Ma almeno questa Sultana poteva avermi lasciato una delle bambine.
Poveraccio, era per le cure di una ragazza che ne aveva tanto bisogno, poiché é la donna che accudisce la casa. Io da parte mia facevo quello che potevo ma ero sempre un uomo. Qua ci sarebbe voluta una ragazza, anche se piccola.
Pensavo sempre se qualcuno di loro era ancora rimasto vivo. Non ho perso mai la speranza. Si dice che la montagna con la montagna non si incontrano, ma il zingaro con lo zingaro sempre si incontrano. Verrà forse un giorno quando mi vedrò apparire davanti a me mio fratello, oppure una delle mie sorelle, se non viene la stessa madre, oramai vecchia, molto vecchia, più per la nostalgia che per gli anni, anche se oggi può averne circa ottanta anni e che dopo di avermi per molto tempo cercato; e chissà dove mi avrà cercato? Ed alla fine sono certo che la nostra Sultana mi troverà. Lo so che non si fermeranno, ma almeno potremo vederci ancora una volta prima di chiudere per sempre gli occhi , poterci vedere ancora una volta con il cuore sempre più lacero che mai. Ah, quanto soffre lo zingaro! – Rama abbasso la testa e dai suoi occhi spuntarono alcune lacrime.
Dirà forse vostra signoria, dove avrò trovato io una zingara per sposarmi e poi non essere poi abbandonato come fece mia madre Sultana che abbandonò suo marito Dylber. Pero le devo dire che mia moglie non é zingara. Mi é piaciuta una donna bianca, là a Kosturi, la rapì questa greca e la portai via in questi luoghi. Inizialmente essa lo considerò una vergogna e voleva far ritorno dalla sua gente, ma poi pensandoci su mi ha trovato uomo ragionevole, iniziai a piacerli e mi amo come la amai.
Tutto questo successe dopo la morte del mio disperato padre, con il quale continuai a vivere con lui ancora per otto anni. Poi sono venuto da queste parti dell’Albania, e vidi questo lago.
“Bello – dissi tra me – più bello di quello di Kosturi. Grande – dissi – più grande del nostro di Kosturi. Vasto come un mare, non c’è che dire. Anche il clima poi é meraviglioso, l’acqua fresca, e poi agli albanesi piace la gente onesta e piena d’amor proprio Anche alla mia greca piace questo luogo. Lavorerò e vivrò onestamente alle sponde di questo lago”, cosi ho detto tra me ed ho costruito il mio casolare che in seguito divenne una casetta. Una stanza, una sola, in mezzo ad un palmo di terra. Ma tutto quello che ci serve per campare lo semino nel mio orto, ad eccezione del pane; ho piantato anche un susino ed una vite. Ho anche un paio di pecore – con queste parole Rama si illumino ma poi di nuovo si rannuvolo e disse:
– Chiederà di nuovo vostra signoria, “ma i figli? Come ha potuto allevare i suoi figli?” Quelli sono usciti meta zingari e metà bianchi. Nessuno mi ha abbandonato? Ne ho sei. Due li ho qua, ma quattro sono già partiti! Ma alcuni anche al di là della frontiera; tutti sono stati muniti di passaporto, se no poteva succedere che prendessero la via del non ritorno. Sanno di essere da Kosturi, di padre e di madre, che li attrae quella sponda di lago oltre le montagne di Gramozi e della Morava. Sanno anche che la loro tribù va e viene molto lontano da quà, fino alla Thesalia ed alla Tracia, fino in Anadolia oltre mare. E là che si trovano i loro cugini. Questi qua sono obbligati a vagabondare solo per l’Albania, ma non pensare che l’Albania sia poi tanto piccola, per quello che la vuol visitare bene. Li considero come miei ospiti per tre quattro volte all’anno, lo credi? E ci crede poi Vostra signoria che io, lo zingaro, ho un cuore più tenero della mia greca bianca?
– Ma perché ti preoccupi tanto, o Rama? mi rimprovera Anastasia – ma i bambini, anche quelli dei bianchi, cosi fanno, ciascuno segue la sua propria strada. Si possono forse mantenere sei bambini sotto lo stesso tetto? Loro faranno sbocciare sei case. Poi questi nostri non ci hanno dimenticato, girano e girano e poi si fanno vedere. Non passa mese che non viene qualcuno. Lo fanno per turni, sono buoni. Adesso che stanno crescendo anche i loro figli e grazie Dio si stanno aumentando e moltiplicandosi come le api. Dai sei figli che abbiamo avuto noi, adesso sono diventati diciotto, forse anche venti nipotini e nipotine, tanti che io ho cominciato a non contarli più. Tutti i nipoti vengono dai nonni, dalla nonna gitana ed il zingaro bianco – perché cosi ride e gioca con me la mia Anastasia, mi chiama cosi, bianco, per il cuore che ho, e se stessa si definisce gitana, poiché ha il cuore più duro del mio, poiché essa ancora non può comprendere come si può amare di più il proprio padre e lasciare la mamma e cinque sorelle e l’unico fratello per suo padre Dylberi, e restare con lui finche chiuse i suoi afflitti occhi pensando sempre alla sua Sultana che lo aveva abbandonato, e senza poi mai maledirla, ma a benedirla anche nel suo ultimo respiro.
Anche i nipoti verranno dai nonni – mi dice Anastasia – e aspetta che crescano un po’. Li avremo al nostro focolare ogni settimana; bisogna avere pazienza e vita lunga.
E la mia greca ha ragione. Ma anche la vita non e poi nelle nostre mani ; ma quando gli lo dico alla greca, di nuovo non mi da ragione.
– Ma tu non ti sazi mai, bianco mio – mi dice.
– No, non mi sazio mai, Anastasia, gitana mia – gli dico.
Cosi che ha chiuso il suo racconto Rama lo Zingaro.
Una simile storia non l’avevo mai sentita. Qua l’ho raccontata brevemente, come me la ricordavo.
Mi é passato spesso alla mente quella vita da nomadi venti volte secolare. Mi é rimasta alla mente quella lingua dei zingari, tanto suonante, piena di a e di o. Oramai da alcuni anni, da uno zingaro insediatosi assieme ad suoi altri dieci connazionali in una cooperativa agricola nelle vicinanze di Elbasan, ho raccolto quasi mille parole della loro lingua, anzi anche alcune frasi, ed anche qualche canzone
Volete ascoltare alcune parole di quella lingua, consorella del antica lingua indù? Ecco come si dice viaggio, passeggio: phiràva; ecco come chiamano il sole: kham e la luna: ciunuit. Ecco come chiamano la nascita: kabijnàv e la morte kameràv, la vecchiaia: phuripé . Il padre lo chiamano: dad, ed alla madre: daj, madre mia: mo daj, padre mio: mo dad . Ed alla lingua che parlano: romàni çhip.
Tradotto: Robert Cipo