Nell’anno 1221 Gengis Khan con le sue orde mongole cinse d’assedio la città di Horesmi. In quella città viveva “l’uomo della luce”, Nexhmedin Kubra, la brillante penna degli studi approfonditi sui 12 imam, incomparabile sulle manifestazioni visive dei colori, unico ad interpretare il mondo dei fortissimi colorati, il nero, il grigio, il blu, il rosso, il bianco, il giallo, il verde, che sono aureole dei sette universi che dominano sui “senza vista”, vuol dire su un popolo esoterico, ne vivo e ne morto.
Gengis Khan aveva appreso con timore e preoccupazione su l’esistenza di quest’uomo ad Horesmi, e lo voleva vivo, poiché Gengis Khan di sera si trasformava in lupo che sbranava il nero trasformato in cammello ed in blu trasformato in pesce. Gengis Khan avvertito fece avvisare mediante i banditori dinanzi ai muri di Horesmi che farebbe uccidere tutti i maledetti persiani, ad eccezione di Kubra poiché era ansioso che li decifrasse le sue ansie. Kubra disdegna la pietà mongola. Anche lui fu ucciso assieme a tutti gli altri, e bruciato con tutti gli abitanti massacrati di Horezmi.
Si racconta che un secolo più tardi, il teschio di Kubra era stato trovato da un Dervish tra le rovine e le ceneri di questa città bruciata che appena vide il teschio che brillava e fosforeggiava protetto da un gufo, proprio in quell’attimo perse la memoria del proprio nome. Da quell’istante il Dervish continua a percorrere gli spazzi persiani come fosse un “anonimo”.
Il Dervish vi
aggiava scalzo, dormiva nelle grotte, conosceva gli uccelli Zaraba che beccavano la luna e le stelle, andava alle cerimonie funebri, lavava i morti e traeva dai loro corpi, qualche volta un pavone vivo, un altra volta un frutto d’argento oppure un coltello ad impugnatura di smeraldi, parlava con gli angeli sulla fatalità, faceva il modo che un cervo montato su un cavallo veloce recitasse i strani versi di Firdusi oppure si lamentava dell’orto per le antiche scienze andate perdute.
Ciò malgrado “l’Anonimo” qualche volta anche si sbagliava. Andò ad abbeverarsi in un pozzo di Horosan; e proprio là, li scivolo dentro il pozzo il teschio magico di Kubra. Quasi impazzi. Il teschio cadde in profondità, ma all’improvviso scomparì anche l’acqua del pozzo. Il teschio non raggiunse mai il fondo, poiché l’acqua si allontanava dal teschio per non venire toccata, e proprio là si era creato un vuoto pauroso.
Il teschio illuminava i milioni delle grotte di quell‘inferno sotterraneo, poi l’entrata del pozzo si chiuse per sempre e il Dervish si trovo in un altra città, che somigliava come due gocce d’acqua alla città di Horesmi, un secolo prima dalla nascita di Kubra e che in seguito venne distrutta con orrore da quel lucifero mongolo.
Sulla piazza di questa città si era riunita un’immensa folla poiché stavano seppellendo un santo uomo accompagnato alla cerimonia funebre da un principe. Scavarono la fossa nella dura terra, calarono dentro il defunto e poi il principe ordinò di introdurre nella tomba una brocca piena di acqua fresca “per essere bevuta dal defunto quando avrà sete” (queste grandiose e fatali parole le pronuncio ad alta voce e le ascoltarono tutti quanti). “l’Anonimo” si avvicina al principe e li sussurro all’orecchio “Principe, il morto non beve acqua”. Il principe si scosse, alzo la mano e proclamò “domani all’alzata del Sole il popolo si riunisca, e agli occhi di tutti sarebbe stata aperta la tomba del santo per vedere se il morto avesse bevuto l’acqua della brocca. Se fosse stato cosi, questo svergognato, ed il principe indica il Dervish con un gesto pietoso della mano, sarebbe stato squartato vivo.
Giunse la sera. Il Dervish che veniva guardato a vista dalle guardie, si distese per terra a dormire vicino ad un fuoco improvvisato, non troppo lontano dal cimitero e le apparve in sogno il profeta dei profeti Maometto, che stava a colloquio con il grande imam Ali. Ambedue stavano in una tenda bucherellata, dove penetrava il sole rovente.
– Com’è possibile, grido il Dervish nel sonno? Allora disse loro di essere disposto a voler rattoppare la tenda con le maniche del suo mantello verde.
Fu allora Ali volse la testa e li disse che la tenda potrà essere rattoppata solo con la pelle dei morti. Accettò il significato di questa prova fino alla fine. Giunse l’alba, e quando il Sole sali allo zenit, si raccolse tutto il popolo. Il Dervish disse allora al principe che adesso sapeva bene che il morto aveva di sicuro bevuto l’acqua, ma il principe non li diede ragione, e ordinò di aprire la fossa. Allora il popolo vide che la brocca era vuota.
Allora le guardie legarono l’incredulo Dervish, lo portarono sulla piazza della città, e i boia iniziarono a squartarlo vivo. Intanto soffio un venticello e una goccia di sangue cadde sul dito del principe e all’istante il dito sparì. Un’altra goccia di sangue ancora più grande le cadde sul piede, e il principe rimase senza un piede. Ancora un’altra goccia di sangue le cadde sulla gamba e il principe cadde per terra. Un’altra goccia di sangue ancora più grande le cadde sulla testa e la testa spari, e il principe rimase decapitato.
Gocce di sangue caddero poi sui boia e loro caddero come perforati da lance e frecce. Allora il popolo terrorizzato ed impaurito inizio a colpirlo di sassi, il Dervish getto allora sulle sue spalle la pelle squartata ed inizio a correre tra le pietre che le cadevano d’intorno e che le perforavano il corpo senza farli male alcuno. Il derviscio inizio a ridere, correva senza toccare suolo a due tre palmi sopra il selciato della piazza. La folla in panico si disperdeva e fuggiva davanti e lui, per essa era giunta la fine del mondo.
I fantasmi dei mongoli giravano tutt’intorno per l’aria assieme ad alcuni uccelli dalle zampe di giaguaro. In verità tra la folla si trovava anche la figlia del principe che era di una bellezza straordinaria la quale aveva tanto pregato suo padre di non far squartare il Dervish. Essa teneva in mano una rosa. Il Dervish appena la vide si diresse verso di lei per prenderla con se. La ragazza allora lo colpi debolmente con la rosa. E cosa poteva fare una rosa di fronte a tutte quelle pietre taglienti. Ma ecco che la rosa colpi il Dervish sul corpo ed il Dervish cadde morto per terra. La pelle che aveva gettato sulle spalle prese fuoco come paglia, divenne cenere e da tutto ciò non rimase più nulla, solo apparve e ruzzolò per terra un teschio, il famoso teschio che era stato perso nel pozzo. Allora a protezione eterna del teschio si collocarono tre leoni di fuoco con ali d’aquila ed al suo lato l’immortale brocca piena d’acqua.
Tradotto: Robert Cipo